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Baby gang, bambini spettatori dell’orrore

Per troppo tempo il fenomeno delle baby gang è stato trattato con un misto di indulgenza e giustificazionismo. Disagio sociale, contesti difficili, assenza di modelli. Ma nessuno vi dice che il 90% di queste associazioni criminali sono formate da figli di immigrati e cosidetti italiani di seconda generazione. Dediti all’intimidazione, alla violenza fisica, al furto, all’aggressione armata, e - come Massa Carrara - persino all'omicidio. 

a cura della Redazione Tre episodi. Tre città. Un unico filo conduttore: la violenza fuori controllo di gruppi di giovanissimi - figli di immigrati - e l’impotenza assoluta di chi si trova davanti a loro. A Firenze un padre accoltellato. A Massa un uomo ucciso. A Alessandria una donna nigeriana aggredita e ferita. In tutti e tre i casi, bambini di circa dieci anni hanno assistito alla scena. Senza poter fare nulla. Senza capire fino in fondo, ma abbastanza da portarsi dietro un trauma che durerà anni. Senza parlare del 13enne, figlio di una sudamericana che ha accoltellato la sua insegnante a scuola in provincia di Bergamo, a Trescore Balneario, dove adolescenti hanno dovuto assistere al tentativo di omicidio di una maestra, salvata da un alunno italiano intervenuto con estremo coraggio. Non è più cronaca. È il segnale che urge invertire l'immigrazione incontrollata con la remigrazione, o, come spesso amiamo dire su questo giornale, con il rimpatrio assistito. Formula più elegante e politicamente corretta per dire: Andersen. Go Home. Tutti a casa. Fuori dalle palle! Il fallimento della risposta “comprensiva”Per troppo tempo il fenomeno delle baby gang è stato trattato con un misto di indulgenza e giustificazionismo. Disagio sociale, contesti difficili, assenza di modelli. Ma nessuno vi dice che il 90% di queste associazioni criminali sono formate da figli di immigrati e cosidetti italiani di seconda generazione. Dediti all’intimidazione, alla violenza fisica, al furto, all’aggressione armata, e - come Massa Carrara - persino all'omicidio. Riproducendo il modello catastrofico delle banlieu parigine e delle favelas sudamericane. Non siamo più davanti a “ragazzi difficili”. Siamo davanti a un problema di ordine pubblico. Il punto cieco: l’età dell’impunitàIl nodo è evidente è che una parte di questi giovanissimi sa perfettamente di muoversi in una zona grigia, dove le conseguenze sono limitate o nulle. Questo genera un effetto perverso: la legge, invece di essere deterrente, diventa irrilevante. E mentre il sistema discute, psicologi progressisti giustificano, la realtà corre sempre più veloce: con gruppi sempre più giovani, quasi sempre maranza (per lo più marocchini, ma abbiamo visto romeni a Massa Carrara (merito del patto di Schengen) e violenza sempre più precoce e feroce.Chi paga il prezzo? Le vittime. E, in modo ancora più silenzioso, i bambini che assistono. Bambini spettatori della ferociaIl dato più inquietante non è solo la violenza, ma lo sguardo di chi la subisce indirettamente. In tutti e tre i casi, figli o minori presenti che hanno visto, un padre colpito con arma bianca a Firenze da due 17enni nordafricani; un uomo morire - Giacomo Bongiorni, sotto i pugni e i calci di un branco di romeni e di un baby pugile di 17 anni; una donna nigeriana aggredita da altri due baby maranza ad Alessandria che per futili motivi, un contatto sul bus, è stata presa a cinghiate. Non siamo più davanti a semplice cronaca nera. Siamo davanti ad una frattura sociale, di cui sono colpevoli i politici italiani che hanno consentito che l'Italia divenisse il ventre molle dell'Europa. Crescere con l’idea che la violenza sia improvvisa, incontrollabile e impunita mina alla base qualsiasi fiducia nelle istituzioni. Gli italiani iniziano a immaginare scenari di giustizia fai-da-te. E questo è surreale oltreché pericoloso. Serve una svolta: il pugno di ferroContinuare con interventi timidi o esclusivamente educativi non basta più. La prevenzione è fondamentale, ma senza una risposta repressiva credibile resta inefficace.Una proposta concreta — e sempre più discussa — è abbassare a 12 anni l’età per misure detentive effettive. Non come soluzione unica, ma come segnale chiaro. Chi compie atti gravi affronta conseguenze reali e lo Stato torna ad essere percepito come presente.  Non è vendetta, è difesa socialeInvocare maggiore severità non significa rinunciare al recupero. Significa riconoscere che senza responsabilità non esiste rieducazione. Un sistema credibile deve tenere insieme prevenzione, intervento sociale e soprattutto la certezza della pena. Senza quest’ultimo elemento, tutto il resto perde forza.I casi di Firenze, Massa e Alessandria e Trescore Balneario non sono episodi isolati. Sono ormai la norma. Ignorarlo oggi significa trovarsi domani davanti a fenomeni ancora più gravi e ancora più difficili da contenere. La misura è colma, bisogna intervenire.